Il marchese di Roccaverdina, pubblicato nel 1901, è il capolavoro di Luigi Capuana e sancisce un "ritorno" alle origini veriste del suo autore, dopo tentativi narrativi sperimentali a sfondo psicologico come Profumo (1892). Il marchese convive da anni con una serva-amante di origini contadine, Agrippina Solmo; per scongiurare definitivamente una possibile unione matrimoniale, il Roccaverdina comanda al suo fidato sottoposto - Rocco Criscione - di sposarla a patto di non avere rapporti intimi con lei. In seguito, accecato dalla gelosia, il marchese uccide Rocco Criscione ma la colpa dell'omicidio ricade su un certo Neli Casaccio. Quest'ultimo, ingiustamente condannato, morirà in prigione. Il Roccaverdina decide quindi di sposare Zosima Mugnos, donna di nobili origini in disagiate condizioni economiche, e intraprende la realizzazione di una Società Agricola, destinata a un futuro fallimento. Agrippina Solmo nel frattempo si risposa in seconde nozze con un pastore. Il protagonista alla fine della narrazione sprofonderà nella follia, sotto il duplice peso di aver ucciso un uomo (Rocco Criscione) e di averne lasciato morire un altro (Neli Casaccio). Le vicende hanno come sfondo storico la Sicilia rurale del periodo post-unitario, con i suoi fallimentari tentativi di progresso economico, impraticabili in una società ancora semifeudale. Personaggi[modifica | modifica sorgente] Marchese di Roccaverdina drammatica la posizione storica del protagonista, a metà strada tra due mondi - feudale e capitalistico - su cui cerca contraddittoriamente di mantenersi in bilico: il Roccaverdina, fallendo l'iniziativa imprenditoriale della Società Agraria, dimostra (agli occhi di Capuana) l'impossibilità della società siciliana di adattarsi felicemente al progresso socio-economico postunitario. Alla contraddizione storica ne consegue una psicologica: il marchese si dimostra incapace di dominare le proprie paure e incertezze facendosi scudo dell'orgoglio aristocratico, com'era nello "stile" dei Roccaverdina definiti non a caso i Maluomini. Tendenzialmente di carattere solitario, il protagonista, entrando nel "vivo" della società, noterà l'impossibilità di redimersi dalla propria colpa. Agrippina Solmo la fedele e devota amante del marchese, è mossa da un sincero amore per il protagonista, che manterrà sino alla fine. Zosima Mugnos si contrappone idealmente ad Agrippina. Innamorata anche lei del marchese e orgogliosa delle proprie origini aristocratiche, la moglie del marchese di Roccaverdina abbandonerà il protagonista alla sua follia, rosa interiormente dalla gelosia per Agrippina e per la scoperta del vero assassino di Rocco Criscione. Don Silvio la Ciura l'unico a cui il marchese confessi la colpevolezza del proprio assassinio, è una figura sinceramente umile e devota a Cristo, che è costruita secondo evidenti canoni narrativi manzoniani. Cavalier Pergola ateo, anticlericale e "progressista", spinge il marchese nelle lotte politiche municipali e nell'impresa della Società Agraria. Non esita, in punto di morte, a sposarsi secondo il rito ecclesiastico, dopo averlo sprezzantemente evitato per tutta la vita. Don Aquilante L'avvocato del marchese, un letterato e uno spiritualista convinto. Cerca varie volte di congiurare lo spirito del morto Criscione nel percorso del romanzo.
Luigi Capuana (Mineo, 28 maggio 1839 – Catania, 29 novembre 1915) è stato uno scrittore, critico letterario e giornalista italiano, teorico tra i più importanti del Verismo. Capuana nasce a Mineo, in provincia di Catania (nel 1839), da una famiglia di agiati proprietari terrieri e a Mineo frequenta le scuole comunali. Nel 1851 si iscrive al Reale Collegio di Bronte che lascia dopo solo due anni per motivi di salute, proseguendo comunque lo studio da autodidatta. Conseguita la licenza si iscrive, nel 1857, alla Facoltà di Giurisprudenza di Catania che abbandona nel 1860 per prendere parte all'impresa garibaldina in funzione di segretario del comitato clandestino insurrezionale di Mineo e in seguito come cancelliere nel nascente consiglio civico. Risale al 1861 la leggenda drammatica in tre canti "Garibaldi" pubblicata a Catania dall'editore Galatola. Nel 1864 si stabilisce a Firenze per tentare "l'avventura letteraria", e vi rimarrà fino al 1868. A Firenze frequenta gli scrittori più noti dell'epoca, tra i quali Aleardo Aleardi, C. Capponi, C. Levi e nel 1865 pubblica i suoi primi saggi critici sulla "Rivista italica", diventando nel 1866 critico teatrale del quotidiano "La Nazione". Nel 1867 pubblica sul quotidiano fiorentino la sua prima novella dal titolo "Il dottor Cymbalus" che prende a modello il racconto di Dumas figlio La boîte d'argent. Tra le opere narrative migliori di Capuana sono da annoverare le novelle ispirate alla vita siciliana, ai personaggi e ai fatti grotteschi e tragici della propria provincia, come nel realismo bozzettistico di alcuni racconti della raccolta "Le paesane" e in altre che non presentano situazioni drammatiche, ma sono divertenti e cercano sempre di mettere in evidenza il lato comico anche se il caso si fa serio. Nelle novelle numerosi sono i ritratti dei canonici, dei prevosti, dei frati cercatori con la passione della caccia, del gioco e della buona tavola, tipici di tanti personaggi della narrativa del secondo Ottocento. Le fiabe, scritte in una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche di ritornelli, cadenze e cantilene rimangono forse le opere più felici del Capuana. Esse non nascono da un interesse per il patrimonio folkloristico siciliano e non vengono raccolte come documenti della psicologia popolare, ma nascono dall'invenzione. Di queste l'unico volume reperibile è: Si conta e si racconta (Muglia Editore, 1913; Pellicanolibri, 1985).
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