Perché "noi" cittadini dovremmo accettare chi è straniero? Perché consentirgli di avere accesso alla sfera pubblica? Perché dare riconoscimento alla sua identità culturale e alla sua diversità? Perché non limitarci a far uso della sua disponibilità lavorativa e a servirci di lui? Cosa dovrebbe indurci a cambiare per poterlo accogliere? La risposta è netta e paradossale allo stesso tempo: dobbiamo farlo per restare noi stessi; per essere coerenti con la petizione di universalismo inscritta nella fede democratica e nella grammatica dei diritti; per dimostrare che la democrazia non è un ideale regionale, ma genuinamente cosmopolita; per vincere la sfida poderosa sferrata dalla multiculturalità alla sua capacità di includere l'altro. Accettare 1'alterità culturale però non basta. Offrirne un trattamento in linea con gli imperativi democratici richiede la capacità di interpretarla e contestualizzarla, di tradurla nei nostri codici culturali e istituzionali, quindi di proporre modelli di integrazione in grado di favorire transazioni politiche eque. Il volume propone le coordinate multidisciplinari per articolare questo impegno cognitivo e politico, per costruire una "cassetta degli attrezzi" adatta ad affrontare il presente cosmopolita e il futuro (inevitabilmente) interculturale della democrazia.
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