Nel pieno di una crisi sociale e sanitaria prende forma un diario etnografico sul lavoro di una équipe di operatori ed educatori di strada, a partire proprio dalle riflessioni sul distanziamento sociale che la pandemia ha comportato. Il testo, in particolare, affronta il tema dello sguardo antropologico sulle pratiche educative, alla luce di un intervento pluriennale all’interno di un quartiere popolare di Palermo, Borgo Vecchio, noto solo per le cronache mafiose, trascurato dalle istituzioni, abitato da quelli che gli altri considerano poco più che miserabili, l’erbaccia cattiva che cresce nelle crepe del cemento, l’erba tinta che non si può estirpare. Dal racconto, ironico e lucido, emerge il tema dello sguardo tra educatore ed educando, tra osservatore e osservato e, infine, tra chi sta dentro e chi sta fuori quelle macerie. Ed è lì nel mezzo, tra le strade del quartiere, che è possibile ritrovare esperienze di resistenza e di vita generativa che conferiscono dignità e verità ai suoi abitanti.
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