Romano anche in questo libro, con una grande sensibilità nel selezionare le ricerche emblematiche della attuale configurazione storica e facendo riferimento ad un raffinato e collaudato repertorio concettuale, mostra la sua capacità di pensare, da filosofo e in particolare da filosofo del diritto, quale sia la tendenza fondamentale del nostro tempo. Qui siamo in presenza di una forma di riduzionismo così potente e pervasiva che sembra caratterizzare nel profondo ogni aspetto della nostra vita privata e pubblica: il dataismo, cioè la riduzione di ogni ente, compreso l’essere umano, ad un insieme di dati che possono essere raccolti, trattati e connessi a quantità enormi di altri dati secondo logiche algoritmiche e utilizzando straordinarie potenze di calcolo. Per Romano la civiltà contemporanea è il tempo del dataismo. Riprendendo le categorie di Arnold Gehlen, mi sembra che si possa dire che, al pari di tutta la tecnica, il dataismo, quando reso operativo da processi algoritmici, è un modo dell’esonero (Entlastung): sgrava l’uomo dalle fatiche a cui sarebbe costretto se si basasse solo sulle sue forze naturali. Ma, mentre gli strumenti tecnici consueti potenziano o si sostituiscono alla fisicità umana, il dataismo algoritmico si candida a esonerare l’uomo dal decidere. Ma ci si può esonerare dalla decisione su cosa sia giusto? L’uomo continua a realizzarsi come uomo se delega una macchina a decidere per lui? È diritto quell’ordinamento in cui il giudice sia un algoritmo?
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