Questo racconto è stato scritto nel 1829-30 ed è successivamente uscito nel volume Le serate in un hùtir vicino a Dykanka, una raccolta di racconti. In ogni capitolo del racconto, scritto perlopiù in russo, c’è un’epigrafe in ucraino, che abbiamo lasciato in originale e abbiamo tradotto in nota.
Questa traduzione filologica si pone l’obiettivo di lasciar trasparire, anche alle lettrici e ai lettori italiani, la commistione di parole ucraine e di parole russe nella narrazione. Tutte le parole ucraine non sono state perciò tradotte, ma solo traslitterate, e spiegate in nota alla prima occorrenza. Come si vedrà, le note sono molto numerose.
Il racconto è un piccolo gioiello. Credo che pubblicarlo in modo autonomo (separato dagli altri racconti con cui spesso è associato dagli editori) possa contribuire a valorizzarlo. Potrebbe essere definito una poesia esistenziale, perché affronta il tema del senso della vita attraverso la quotidianità di personaggi che popolano l’infanzia di Gógol’ stesso, nel luogo stesso in cui è nato il 31 marzo 1809, 23 anni prima. La superstizione, la presenza percepita del diavolo nelle sue varie forme, e il conseguente comportamento dei personaggi del popolo sono al centro dell’attenzione del narratore.
Abbiamo messo particolare cura nel conservare realia, oggetti, situazioni, parole che conferiscono alla narrazione un colorito particolare, esotico, frutto dell’ambientazione in un villaggio ucraino negli anni 1820. Nelle nostre intenzioni, lettrici e lettori leggono interessati non solo all’intreccio, ma anche alla situazione storico-sociale e alle dinamiche delle relazioni tra personaggi. Spesso il paesaggio fa da sfondo poetico alle vicende.
I tempi dei verbi sono in parte quelli della narrazione orale, e i passati e i presenti si alternano in modo espressivo ma secondo una logica diversa da quella grammaticale scolastica. Anche in questo caso abbiamo conservato i tempi verbali dell’originale. Non si meraviglino quindi lettrici e lettori se incontrano sequenze del tipo: «Se ne va per la strada, il cosacco, e strimpella e cammina a passo di danza. Ecco che si fermò in silenzio…»
Discorso analogo vale per i deittici. Anche in posti dove nessuno è mai stato e di cui nessun narratore ha mai parlato, si incontrano espressioni come: «Di chi è questa hàta?» La presenza di deittici di vicinanza che normalmente sarebbero banditi dalla “correttezza stilistica” ha qui una valenza espressiva che abbiamo voluto fare di tutto per preservare.
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