Angelo Calvisi non è nuovo ai rimandi diretti, letterari o musicali, nei titoli e nei contenuti delle sue opere. Stavolta chiama in causa nientemeno che il Pentamerone di Giambattista Basile, di cui mantiene la struttura con la divisione in giornate, la cornice e le rubriche che introducono i temi. Se le narratrici de Lo cunto de li cunti, però, portano nomi parlanti che ne svelano i difetti, i narratori del Neopentamerone sono impiegati nell’Unità Ubaldo – ufficio interministeriale dalle nebulose funzioni – e si chiamano tutti Arnaldo, così da far coincidere identità e anonimato, nominazione e indistinzione. Se Basile intende raccogliere fiabe per “lo trattenemiento de’ peccerille”, Calvisi colleziona storie assurde, violentemente ironiche o tristemente abrasive, per lo straniamento di ogni età. In ciò è aiutato da efficaci forzature del linguaggio e da un serrato gioco di fonti, citazioni e note che risultano di volta in volta attendibilissime o sospettissime: come le nostre realtà.
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