Nel suo romanzo Canto sottile, Reber Yousef solleva il velo sulla memoria yezida come un chirurgo sulla pelle del tempo.
Dal tramonto dell’Impero ottomano fino al 2019, il racconto si frantuma e si ricompone in una narrazione senza date, guidata solo dall’eco degli eventi. Damasco, Sinjar, Afrin, Ras al-Ain, fino a Berlino: i luoghi diventano una mappa segreta di un popolo sospeso tra fuga, persecuzione e sopravvivenza.
Siltê, Eysanê, Seyranê e Selma sono le donne le cui voci resistono al silenzio della Storia: sussurrano preghiere, custodiscono segreti, tramandano canti come un filo sacro, nati dall’esilio e dall’isolamento, ma che sanno farsi lama, rito, memoria. Note che sfiorano le stelle come un richiamo invisibile, capaci di proteggere ciò che resta.
Tra villaggi perduti, lingue cancellate e reperti che migrano nei musei d’Europa, il romanzo racconta la continuità delle ferite e la forza silenziosa di chi canta per non scomparire. Un’opera luminosa, iniziatica, dove la voce femminile diventa respiro.
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«Si possono cancellare popoli interi dai libri di storia, quando a sfogliarli sono i tiranni, o gli occupanti.»
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