Arare in controluce- Flatus vocis-. non è una semplice raccolta di poesie: è un viaggio verticale nell'anima, un cammino iniziatico tra materia e spirito, zolla e visione. Giuliano Giganti ci offre un’opera intensa e simbolica, dove ogni verso è un solco inciso nella carne del vivere, un’aratura dell’interiorità che dissoda la terra dell’esperienza per portare alla luce semi nascosti di consapevolezza.
I suoi versi, densi, brevi, essenziali, non si limitano a ornare la superficie del mondo. Scavano. Scavano come lame affilate nella realtà, nella memoria, nell’ombra. La poesia, in questo libro, non è ornamento né esercizio di stile: è gesto sacro, è ribellione, è atto alchemico. In ogni parola si avverte la fatica del vomere, la resistenza del corpo, il coraggio della verità.
L’aratro diventa simbolo centrale dell’opera: strumento ancestrale che qui incide non solo la terra rossa evocata con toni arcani e sensuali, ma anche le profondità dell’essere. Non si tratta di agricoltura dell’anima, ma di una vera “psico-aratura”, una lenta e necessaria operazione spirituale di scavo. Giganti scrive come si lavora un campo: con costanza, dedizione e umiltà davanti al mistero.
Il paesaggio evocato è quello della terra madre, intima e primordiale, abitata da ulivi, mirti e corvi. Un corvo nero si aggira tra le zolle del disincanto, ma un corvo bianco — visione rara e onirica — si leva a sorpresa, indicando che la trasformazione è possibile, che anche dal dolore può germogliare la luce. La presenza costante della morte attraversa il libro come un’ombra silenziosa ma fertile. Non è gridata, non è temuta: è contemplata, interrogata, inclusa. Nei versi di Giganti la morte diventa passaggio, madre oscura che prepara alla rinascita, cifra profonda dell’esistenza.
Nel cuore dell’opera si intrecciano simboli ermetici, immagini esoteriche, riferimenti iniziatici: il labirinto, lo spirito del caso, la triplice aratura del cuore. Ma tutto è offerto con autenticità, senza ermetismo sterile. Questi non sono testi chiusi, ma varchi: aperture che invitano il lettore a un atto di partecipazione attiva, a un cammino di trasformazione.
Arare in controluce è per chi ha occhi capaci di vedere nel buio del solco e mani disposte a sporcarsi nell’aratura interiore. È per chi sa che la vera poesia non consola, ma risveglia. Per chi è pronto a entrare nel campo sacro dell’esperienza poetica non per fuggire, ma per abitare più a fondo la propria umanità.
Nel tempo della parola consumata e diluita, Giganti ci restituisce una voce integra, nuda, necessaria. Una voce che vibra come la materia scolpita, come il colore nei gesti pittorici, come il respiro trattenuto prima della verità. Una voce “composta di carne e ossa, ma mai priva di luce”.
Leggere questo libro è come attraversare un confine: significa sostare, senza timore, davanti ai cipressi dell’anima — custodi silenziosi tra la vita e ciò che non ha nome. E ascoltare. Perché ogni poesia qui contenuta è una zolla, un sussurro, una scintilla del fuoco nascosto sotto la terra.