Synopsis
Continuo con questo breve racconto, il lavoro di pubblicazione dei manoscritti ritrovati di Lev Fuscèz, per assolvere la promessa fatta.“Porca Troia o della separazione” è un resoconto scritto dopo essere stato buttato fuori di casa dalla moglie avvocato, così ho potuto appurare dalle ricerche svolte. La narrazione si svolge sempre come successione di pensieri. Uno di seguito all’altro, ognuno collegato a quello precedente da un filo immaginario, quasi incosciente, come fossero pensieri associativi, di cui non siamo coscienti, questo e solo questo lo ha sempre interessato. Ecco allora che da un pensiero messo sulla carta, ne nasce un secondo ad esso collegato e così via, in questo la sua scrittura imitava quanto per me accadeva con il disegno automatico, in cui partendo da una forma, secondo regole non scritte, e in stato di meditazione profonda, sulla carta si conforma un immagine, un disegno, di solito fatto di linee continue, e dove lo staccare la penna dal foglio è per lo più proibito, causa la perdita di identità della forma stessa. Ogni cosa nasce dalla precedente, e successivamente in sequenze interminabili, perché non vi è ne principio, ne fine, si mostra, e che siano queste parole o segni, poco interessa, per un attimo si è sbirciato sulla finestra che dà sulla nostra parte più segreta e sconosciuta. Questo credo cercasse Fuscèz quando si riferiva alle sequenze, cercava di studiare se stesso, estraniandosi, ma trovando sempre dentro di se un punto fermo di osservazione.Come Nove ore di differenza anche qui in Porca Troia credo faccia questo, ma in realtà questo è un diario, il racconto della fine della sua esperienza familiare, per comprendere cosa sia accaduto cosa sia sbagliato. un esperienza dall’altra parte del mondo, alla ricerca di un fratello che alla fine è se stesso, e sempre lui.Comunque non spetta a me il compito di interpretare, io sono qui solo come umile curatore. Ripeto qui per chi non avesse avuto la possibilità di leggerle le poche note biografiche.Lev Fuscèz nasce a Bologna il primo giorno di scuola elementare del lontano 1968 in una casa posta a ridosso delle mura cittadine e del canale Navile, all’epoca, in quel punto, ancora aperto. E in questa città visse asserragliato un infanzia serena ma difficile, riempita da continue malattie, che lo porteranno a passare più tempo in ospedale che a casa nei primi tre anni di vita, e a restare in dieta fino all’età di dieci anni. Aveva un carattere irruento, vivace, spesso incosciente, rischierà più volta la vita, anche per affogamento, ma incredibilmente sempre qualcuno, anche immaginario, veniva a salvarlo. Aveva grandi momenti di melanconia, che lo portavano ad isolarsi dentro di se, a non riconoscere il luogo dove viveva. Aveva ricordi di vite apparentemente non vissute, ricordi antichi, che alimentavano un profondo senso di vergogna, d’essere tornato in un luogo a lui non adatto, non alla sua altezza. Credeva d’essere ritornato ad espiare un passato lontano.Trascorsi con Lev l’adolescenza, condivisi con lui i suoi più intimi segreti, tra droghe, alcool e musica, tanta musica e libri, tanti libri, migliaia di libri. Leggeva di tutto, era curiosissimo, e seguendo un filo rosso di Arianna tutto suo, passava da un autore ad un altro, cercando, cercando sempre qualcosa, che mai trovava, e così libri si presentavano a lui, uno dopo l’altro nei modi più disparati, non li cercava, li trovava, gli giungevano. E dopo averli letti li abbandonava, in qualche casa, da amici, spessissimo a casa mia. È così che un giorno lasciò un plico giallo di scritti e un plico nero più piccolo, e mi disse; “Te li lascio, qui sono sicuro che non si perderanno, ma promettimi che un giorno li farai pubblicare.”, “D’accordo fratello, lo prometto, stanne certo.” risposi io, chissà in quale delirio di onniscienza preso.Troppo al sicuro, li archiviai in un baule e lì restarono fino ad oggi.
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